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TOO MUCH COFFEE

Di Francesca Silveri

"Edmond" - Olivier Theatre - National Theatre - London (30 Luglio 2003)

 

 

 

 

Quando la mente si lascia andare a fantasie e speranze di una vita migliore, quando la societa' e le costrizioni che ne derivano ci caricano di un peso insostenibile, forse e' il caso di fare qualcosa. E' il messaggio di "Edmond", di David Mamet, al mondo, o forse solo a quella fetta di societa' che si identifica con quest'uomo nel mezzo di una crisi di mezza eta', illuso e deluso, stanco di non sentirsi padrone delle proprie facolta' e della propria vita. Ma quando un uomo esplode nel tentativo di liberarsi da una vita di costrizioni, dettate dalle regole del matrimonio, del rispetto della legge, da anni di routine lavorativa e da chissa' quali e quante altre piccole o grandi repressioni psicologiche, il risultato e' un'incontrollabile euforia che porta a una strada di autodistruzione senza uscita. E di strade che portano alla distruzione di se e degli altri ce ne sono tante in questa metropoli fredda e crudele che fa da sfondo alla storia di Edmond.

Mi viene in mente che molti film hanno gia' esplorato questo argomento in lungo e in largo, da "Falling Down" (con Michael Douglas) dove un uomo si trasforma in una macchina da morte all'improvviso, qunado resta incastrato in un ingorgo stradale, a "A Clockwork Orange" di Kubrick, dove un adolescente inebriato dal potere di cui si veste, come capo branco, riesce a distruggere, saccheggiare, stuprare, e uccidere sempre col sorriso sulle labbra, in una Londra che offre ogni strumento necessario a soddisfare la sua sete.

Edmond non e' uno stupido, sa barattare e impara velocemente le leggi della strada, dopo esserne caduto vittima: viene derubato e a sua volta deruba, perde il denaro e guadagna un coltello, perde l'orgoglio e guadagna sete di vendetta, e' prima vittima e poi aggressore e infine carnefice. Sul palco dell'Olivier Theatre roteano diversi scenari e diversi personaggi, ma Edmond resta sul palco tutto il tempo (unica pausa momentanea durante il monologo di un predicatore). La sua trasformazione (o discesa all'inferno) non ha cambi di costume, ma il momento in cui si spoglia del tutto e poi si riveste sengna il punto di non ritorno. Da quel momento in poi la sola legge di Edmond sara' il trovare soddisfazione personale. La violenza (fisica e verbale) e' il suo unico strumento, perche' come lui stesso ammette siamo animali in fondo, e l'uomo bianco e' immerso fino al collo in repressioni di cui farebbe volentieri a meno... incluso una certa malsana invidia, che sembra odio, per i neri, perche' all'uomo bianco non e' permesso di sedere tutto il giorno sotto una palma a guardare gli elefanti passare.

Il suo razzismo e i suoi pregiudizi contro i "diversi" sembrano venire fuori talmente inaspettatamente che lui stesso se ne stupisce, mentre condivide questo suo nuovo "se" con una partner appena trovata, ma che condividera' la sua follia solo per un pugno di ore. Qui Edmond si lascia andare e esplora tutti i lati oscuri della sua personalita', fino a diventarvi completamente preda, e diventa strumento di morte.

La performance e' ricca di momenti crudeli e grotteschi, che fanno addirittura sorridere per poi scioccare.

Il finale ricorda il momento in cui Alex in "A Clockwork Orange" viene sottoposto a un lavaggio del cervello che ha quasi successo, ma il ghigno che indica il ritorno alla violenta follia di Alex non compare sul volto di Edmond, che invece si rimette alle leggi della galera (e una volta spogliato anche dei suoi abiti da Yuppie, per vestire una tuta arancione, viene privato di tutto quello che credeva di essere o essere diventato), sodomizzato e reso mansueto dalla violenza derivante da un altro tipo di costrizione, la mancanza di liberta', si ritrova a baciare l'uomo nero che lo ha violentato, perche' almeno lui lo capisce, e a sperare di andare in paradiso un giorno.
Se solo non avesse bevuto tutti quei caffe'.....