In the bleak midwinter
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In the bleak midwinter

Cast

Michael Maloney - Joe

Richard Briers - Henry

Joan Collins - Margaretta

Nicholas Farrell - Tom

Mark Hadfield - Vernon

Gerard Horan - Carnforth

Celia Imrie - Fadge

Julia Sawalha - Nina

John Sessions - Terry

Hetta Charnley - Molly

Sceneggiatura e regia di Kenneth Branagh

Fotografia di Roger Lanser

Musica di Jimmy Yuill

Scenografia di Tim Harvey

Prodotto da David Barron

MAIN PAGE

ENGLISH VERSION HERE!

“A little more than kin and less than kind” (In the Bleak Midwinter tra cinema e teatro)

Mettere in scena l’AMLETO questo è il problema!

Joe è un uomo ed un attore in crisi, quale migliore terapia se non avvolgersi in un nero cappotto e vestirsi di nuvole nere? Ed ecco che le parole di Joe diventano di Amleto e le parole del giovane danese le sue. La necessità vitale di trovare una ragione per essere, per vivere, per recitare diventa lo starter per avviare il motore e, una volta in pista, l’identificazione tra protagonista e capro espiatorio diventa ovvia. Ma ce ne rendiamo conto meglio quando siamo coinvolti anche noi, quando iniziamo ad aprire la matrjoska e vediamo che al suo interno, dopo Amleto c’è Joe, e dopo Joe... noi!

Curiosamente il motivo portante di tutto il film è la sostanza della stessa amletica domanda “why must the shiow go on?”, se lo chiede Joe, se lo chiede Branagh, se lo sarà chiesto tante volte Shakespeare, ce lo chiediamo tutti quando le cose non vanno; lo diceva anche Amleto con parole diverse, più lapidarie, ma alla fine il concetto era lo stesso.

Ora vorrei invitarvi ad una riflessione matematica per dimostrare un corollario: immaginiamo che il TO BE OR NOT TO BE sia una costante, che chiameremo “x”, e che la vita sia un’altra costante, “y”, poi immaginiamo che nell’asse “z” del tempo gli addendi si siano cambiati di posto migliaia e migliaia di volte, per cui avremmo che Joe si è trovato sulla stessa asse della parabola di Amleto per una quantità di tempo tale da... ehi, Amleto è una “parabola” allora! Bene, ecco dimostrato che scambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia!

Mi vorrei sbilanciare ancora un po’ dicendo che questa è la dimostrazione della tesi di Branagh in risposta al famoso quesito, e risponde partendo da esso, da un’ipotetica fine, ovvero perchè continuare? (quando in realtà tutto deve ancora iniziare per noi!). La sua risposta è il film, la sua vita, la vita di un attore tra tanti, ma unico nei momenti di riflessione e introspezione e solo dinanzi al pubblico, dinanzi agli altri attori, e dinanzi a se stesso allo specchio.

Allora la nostra matrjoska si può presentare anche come una commedia che contiene una tragedia e, in un continuo scambio di ruoli, nel pezzo più grande, il film, troveremo quello più piccolo del dramma shakespeariano, ma c’è anche la vita vera che contiene quella rappresentata, e noi al di qua dello schermo abbiamo il nostro bel da fare con queta matrjoska. Ma i ruoli verranno confusi sempre di più nel (contenuto) delirio di avvenimenti. AMLETO è una cosa seria, si parla della vita di un principe che preferirebbe fare il barbone o il pazzo ambulante se ciò gli garantisse serenità e felicità eterna, eppure qui abbiamo un manipolo di non-eroi, attori scalcinati che sono ad un passo dalla follia, ad un passo dalla bancarotta e l’unica cosa che li faccia sentire vivi e felici è interpretare i turbamenti altrui. La serietà della faccenda è tale che non si può fare a meno di sbudellarsi dalle risate! Allora capiamo che va bene che Gertrude sia interpretata da Terry (uomo, gay) perchè il suo problema nella realtà è il figlio, sa che deve accettare la sua condizione per accettare il suo rapporto col figlio, le sue carte sono in regola e chi se ne importa se ha le tette posticce! Per non parlare di Claudio-Henry, un re mancato che le ha provate tutte ed è abbastanza disperato da affrontare pregiudizi e umiliazioni pur di indossare la corona. Le battute del dramma escono dal testo shakespeariano per entrare nella vita degli attori, il perchè è chiaro: “all the world’s a stage”, dunque il teatro è il mondo, vi accadono le stesse cose che, in scala ridotta, accadono a noi tutti da sempre.

Ma AMLETO non è esattamente la scusa per fare sfoggio di stile, anzi! Innanzitutto bisogna ricordare che di norma, a livello accademico intendo, il minimo che si possa sperare di avere, per mettere in scena un qualunque testo teatrale, sono dei tecnici, dei costumi, la scenografia e, perchè no, un teatro! Ma non è questo il caso, questo AMLETO ha solo Fadge!!!

Il problema dei costumi e della scenografia si presentano sin dalla “read through”. Uno dei primi dilemmi della compagnia sarà quello di scegliere in che periodo ambientare il dramma shakespeariano. Joe decide sin dall’inizio di mettere in discussione quei clichè che il pubblico associa ad Amleto e alla sua vicenda. Pertanto si opta per un AMLETO in abiti moderni, e la scenografia sarà la ciliegina sulla torta senza avere la torta.

Così come gli attori elisabettiani Joe e gli altri non hanno grandi somme di denaro per creare Elsinore e il relativo spazio scenico, dovranno fare tutto da soli, organizzare e realizzare lo spettacolo, la scena prenderà forma grazie al gesto e alla parola. Fadge dal canto suo, sfrutterà al massimo quello che offre il convento... ops, dovrei dire la chiesa! Non c’è il sipario, non ci sono le quinte, ma c’è il fumo... ed ecco che questo diradandosi creerà il giusto effetto dando la possibilità a Carnforth di dire la sua prima efficacissima e azzaccatissima battuta “who’s there?”

Ma come risolvere il problema dei posti vuoti? Beh... si sa che l’attore non ha motivo di essere senza uno spettatore che riceva il messaggio. Le sagome di cartone sono la risposta al problema, ma per fortuna verranno affiancate anche da spettatori paganti! In the Bleak Midwinter è un film delicato, romantico e, soprattutto, estemporaneo, come i drammi elisabettiani e come i sogni che, se ricordo bene, Shakespeare dice (per bocca di Prospero) siano la sostanza di cui sono fatti gli uomini. Perciò capiamo la scelta della pellicola in bianco e nero quando Joe ci confessa, sguardo in camera, “I’d always wanted to live my live like in an old movie, a sort of fairy tale...”, il film acquista così quel tocco fiabesco, ma senza privarsi dello stretto legame con la realtà. Vivere nel teatro e per il teatro è fondamentale per un attore nato a teatro. Il TO BE OR NON TO BE che eccheggia dall’inizio alla fine del film resta comunque irrisolto perchè per Joe la vita e la vita sul palcoscenico combaciano. Credo sia il caso di dire che è un film talmente intimistico e personale da essere universale!

Francesca Silveri - 1998