Frankenstein (1994)
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Mary Shelley's Frankenstein (1994)

Victor Frankenstein - Kenneth Branagh

La Creatura - Robert De Niro

Elisabeth - Helena Bonham Carter

Doctor Frankenstein senior - Ian Holm

Capitano Walton - Aidan Quinn

Henry - Ton Hulce

Regia di Kenneth Branagh

Prodotto da Francis Ford Coppola

Musica di Patrick Doyle

Costumi di James Acheson

Scenografie di Tim Harvery Fotografia di Roger Pratt

Sceneggiatura di Steph Lady and Frank Darabont

A Zoetrope/Tristar Production

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ENGLISH VERSION HERE

Più che un horrormovie, un thriller erotico... Victor and Elisabeth finalmente soli...(?)

Frankenstein a chi?


Nel corso degli anni, sin da quando nel 1818 fu pubblicato, Frankenstein ha entusiasmato e inorridito il suo pubblico. Parlo di pubblico in senso vasto, non solo di lettori, perchè già nel 1823 ci fu un primo adattamento teatrale a cui assistette la stessa Mary Shelley.

Il cinema, più del teatro, ha messo in scena molte volte il romanzo, più o meno fedelmente, scoprendo di volta in volta la sconcertante attualità del Moderno Prometeo. Le tre versioni sicuramente più vive nella memoria di qualunque ‘film-goer’ del 1999 credo siano: Frankenstein di James Whale, Young Frankenstein (in Italia: Frankenstein Junior) di Mel Brooks e il più recente Mary Shelley’s Frankenstein di Kenneth Branagh.

Il famoso cacciatore di cervelli Aigor...(Frankestein Junior - 1974)

Chiunque legga oggi il racconto della giovane scrittrice romantica non può far a meno di collegare le orribili fattezze della creatura all’icona del mostro con la testa piatta e i catodi sul collo. Fu William Henry Pratt, in arte Boris Karloff, ad impersonare la nota mugugnante creatura nel 1931, sotto la sottile e ironica regia di J.Whale, lasciando una traccia indelebile nella memoria collettiva dei posteri.

All’epoca si pensò di risolvere il problema dell’identità del mostro chiamandolo col nome del suo padre-creatore (anche se quella non fu la sola alterazione anagrafica dei personaggi). Non era un’idea del tutto fuori dal comune, soprattutto se si pensa che per il successo ottenuto come creatura Boris Karloff interpretò, nel 1958, il ruolo di Victor von Frankenstein, uno scienziato-creatore discendente dall’omonimo, in Frankenstein 1970 di Howard Koch. Alla fine, però, la celebrità dei film degli anni trenta ha causato una certa confusione rispetto al romanzo e il pubblico si è trovato a chiedere: “chi è Frankenstein?”

La sposa promessa... Elsa Lanchester e Boris Karloff in "The Bride of Frankestein" (1935) di James Whale.

A ripristinare l’identità rubata ci ha pensato Kenneth Branagh, non rinunciando però, con la sua versione cinematografica, ad aggiungere carne al fuoco esaudendo la richiesta del mostro (che nel romanzo resta insoddisfatta) di una compagna per colmare la comprensibile lacuna affettiva e, perchè no, anche carnale! Ed ecco che compare una promessa sposa trapuntata a puntino per il solitario gigante deforme! Helena Bonham Carter ruba per un po’ la scena ai due contendenti maschili trovando la grinta, che nei panni della sorellastra-fidanzata Elizabeth era rimasta nascosta, vestendosi di cicatrici e abito nuziale un po’ rovinato! La sua interpretazione è davvero rimarchevole, il blocco fonetico dell’Eva novella risulta un asso nella manica, più che un ostacolo, per sollevare allo stesso tempo sconcerto e tenerezza. Oserei dire che è lei, molto più del mostro De Niro, a rendere l’idea della sofferenza provata da un essere mutilato e deforme.

Questo Adamo rammendato e mal cicatrizzatto, con le orribili fattezze di un manichino di carne, deve aver suscitato molte ossessioni in chiunque si sia cimentato nell’invitante sfida di dargli vita. La stessa M.W.Shelley (prima, vera creatrice) profeticamente scrisse “what terrified me will terrify others...”, e le conferme a questa previsione arrivano dallo stesso creatore nel romanzo, Victor Frankenstein, fino ai più recenti truccatori, sceneggiatori, registi, attori etc. Questi si sono trovati a dover creare un incubo nuovo, plastico, che spaventi proprio per la sua somiglianza al creatore e aderisca alle moderne ossessioni. A quanto pare non c’è limite alla paura, come non c’è limite alle possibilità espressive che ci permettono di rappresentarla, ma una volta dinanzi ad essa si opta per l’occultazione del risultato. Sarà per questo che quel ridicolo esperimento di un visionario, ideato per avvicinare i morti ai vivi (azzerando la condizione intermedia dei malconci, i malati, i decrepiti e i morenti), ha vissuto, vive e vivrà (temo) maltrattato ed emarginato!

La giovanissima scrittrice sognò il mostro e gli diede vita nel romanzo per mano di un giovane aspirante medico con la vocazione ai miracoli. Un giovane regista, K. Branagh, decide di riproporre l’esperimento negli anni novanta, quando l’incubo della morte sopravvive ai miracolosi taglia-e-cuci dei moderni Frankenstein. Per molti l’esperimento non è gran chè riuscito per altri è appena apprezzabile, per altri felici pochi, credo, è la calzante rappresentazione di un incubo giovanile (ma non solo) espresso con la giusta passione giovanile nei confronti della creazione artistica. Victor Frankenstein ha usato il materiale che gli era più congeniale per creare: pezzi di carne trovati qua e là, mentre Branagh di carne ci ha messo la sua, utilizzando anche obiettivi, luci, steadicam, dolly, etc.

Il mostro De Niro, a mio parere, è riuscito a farci provare la pena che generalmente si prova per la creatura risultando più patetico del suo personaggio. Eppure sono convinta che sia stato principalmente un problema di battute. Mi sembra, infatti, che i problemi relativi all’interpretazione di De Niro siano stati direttamente proporzionali alle cose da dire. Risulta davvero poco convincente come creatura sola e rancorosa, il suo è un crescendo di pose vergognose. Raggiunge il climax quando l’azione rallenta per permettergli uno scambio di battute col padre-Victor che lui decide di trasformare in una resa dei conti stile ‘Padrino’ (ok, era una cosa in famiglia ma non c’era nessun Corleone in giro...!): creatura “do you think I’m evil?” e, ciondolando la testa con l’aria di chi sa cosa vuol dire avere guai in famiglia, “do you think the dying cries of your brother were music in my ears?” (non mi sarei stupita se l’avesse detto con un leggero accento siciliano!). Ma non è finita qua (perchè ascoltando queste battute rimpiango tanto le sceneggiature dei film muti?): Don “creatura” Corleone “Did you ever consider the consequences of your actions? You gave me life, and then left me to die. Who am I?” A questo punto lo scambio di battute tra il cieco e il mostro-De Niro suona, direi, ironicamente bivalente: cieco “it can’t be as bad as that”, mostro “worse”.

Ma, a parte certi ‘nei’, la regia del film coglie l’essenza del sentimento romantico. Quella scoperta travolgente e sconvolgente, che risucchia la vita e gli affetti del giovane scienziato in una vertigine distruttiva, è perfettamente ricreata con l’uso della MDP che rotea, volteggia attorno ai personaggi per travolgerli nel suo moto impetuoso.

Il patchwork di carne è stato messo assieme da Daniel Parker con minuta attenzione per i particolari, non c’è una cicatrice che sgarri! Per me erano suture da Oscar...


by Francesca Silveri - 1999